








| Indice: | |
| 1. Origini | 6. I disagi dei selvesi |
| 2. I feudatari | 7. Sete di libertà |
| 3. Le prime abitazioni | 8. Redenzione della selva |
| 4. La prima cappella | 9. Alberobello |
| 5. Il Guercio di Puglia | |
(Tratto dal libro: “Alberobello, la città dei trulli” del Prof. Gino Angiulli )
Intanto, se la Selva doveva tutto al Conte Gian Girolamo II, i suoi abitanti non avevano nulla per loro all’infuori delle braccia per lavorare e dissodare le terre del Conte stesso.
I diritti feudali dello Stato, violati dal Conte a danno degli altri, egli li esercitava tutti per sé e fu proprio in questo periodo che la sua indole malvagia ebbe modo di manifestarsi attraverso atti di acceso sadismo: si vuole che facesse scorticare i canonici per imbastire delle lussuose sedie; che amasse collocarsi con amici sull’alto di una torre col fucile a sparare sulle brocche che le umili contadine usavano portare sul capo, spesse volte uccidendole per errore di mira. Ebbe persino il coraggio, unico fra i Conti napoletani, di ribellarsi alla tirannide del Vicerè spagnolo, il Duca d’Arcos, tristemente famoso per avere schiacciato la rivolta napoletana capitanata da Masaniello. Fu appunto in seguito a ciò ed anche per rendere conto dei suoi numerosi misfatti che nel 1648 fu chiamato a Madrid alla Corte di Fillipo IV, e costretto a restarvici, prigioniero, per sedici anni fino al 1665, anno in cui, liberato e sulla via del ritorno, ammalatosi, mori a Barcellona il 14 marzo.
Gli successe il figlio Cosmo, il quale soltanto tre mesi dopo il 19 luglio 1655 moriva in Ostuni ucciso in duello dal Duca di Martina Franca, Petracone V, col quale aveva litigato a causa di alcuni appezzamenti di terreno. Al duello fu presente il figlio primogenito di Cosmo, Gian Girolamo III, che contava soltanto 18 anni e che gli successe. Approfittando della minore età del Conte Gian Girolamo III, nipote del famigerato « Guercio di Puglia », i villici dimoranti nella Selva trasferirono la devozione dei SS. Medici Cosma e Damiano dalla Cappella dei Conti a quella costruita precedentemente nel 1609. Nei successivi decenni il villaggio della Selva si sviluppò, ma non cambiò la triste condizione degli abitanti sotto il duro giogo dei loro protettori feudali. Essi godevano sì delle immunità e franchigie e degli « usi civici » che attraevano molti abitanti dei paeselli vicini, ma a loro mancava la protezione di una legge stabile e dipendevano in tutto dall’illimitato arbitrio di un signore.
Essi erano più servi che vassalli. Essendosi costituiti al di fuori delle leggi del Regno, non potevano trovare nessuna garanzia negli ordinamenti di allora, né potevano invocare alcuna legge per la loro stessa esistenza personale. La loro vita era una concessione del Conte, il quale avrebbe potuto ucciderli tutti a suo piacimento senza che gliene derivasse alcun fastidio. Ma la cosa più grave e miserevole era la mancanza nel villaggio di qualsiasi potere civile, per cui la giustizia era in mano ai capricci villani degli armigeri del Conte che erano arbitri delle liti, punitori dei delitti, imponitori di ammende. Cosi si visse nella Selva fino al 1797.